Esistono diverse categorie di tifosi, probabilmente sono tanto numerose come le stelle del cielo. Al termine della partita di Champions League tra Barcellona e Milan (finita 3-1 per i catalani), ne ho viste e riconosciute almeno tre.

La prima, probabilmente la più cospicua e certamente la più virulenta, è quella di chi si scaglia contro errori arbitrali (veri o presunti), episodi sfortunati (veri o presunti), per giustificare, probabilmente a se stesso, il fallimento della sua squadra. Questa categoria è quella che davanti al dito che indica la luna vede solo il dito. Si concentrano sul particolare e dimenticano il quadro globale. Così, nella doppia sfida tra Barcellona e Milan, in tanti hanno visto solo il secondo rigore fischiato al Barcellona (trattenuta di Nesta su Busquets netta, fallo di Puyol su Nesta altrettanto netto, giusto per gli amanti della moviola sarebbe stato molto meglio non darlo), e non i 17 tiri in dei blaugrana contro i due (due!) del Milan.
Si tratta di una sottospecie che ha il suo habitat naturale prevalentemente sui social network (più Facebook che Twitter, dato che il limite dei 140 caratteri rende troppo sintetiche le invettive), e che è spesso suffragata da altri sportivi di parte (non necessariamente comprovati tifosi della squadra in campo, basta che ostentino un nazionalismo sciovinista in contesto europeo), pronti a raccontare loro che la squadra avversaria è favorita dagli arbitri, ha stancato, ha ragione Mourinho (che intanto in Liga viaggia con un vantaggio più che discreto di 6 punti anche grazie a qualche svista arbitrale, ma questa è un’altra storia che qui vale la pena solo accennare).

C’è poi il tifoso della strada, quello facile a demoralizzarsi, ad abbattersi, eccessivamente disposto all’autocritica. Di solito popola le stazioni della metropolitana quando tornate a casa dal lavoro (ovviamente dopo aver visto la partita), parla al telefono cellulare con un amico tifoso come lui, e rende oggetto dei suoi strali la squadra e l’allenatore. «Siamo costruiti con gli scarti delle altre squadre, non possiamo andare da nessuna parte. Robinho ha fallito nel Real Madrid e nel Manchester City, anche Ibra è uno scarto». Ora, su Robinho forse si può dire che sia uno scarto (anche se personalmente lo reputo un buon giocatore, forse un po’ troppo fumoso e inconcludente), ma su Ibra proprio no. Da una decina d’anni a questa parte vince il campionato nazionale con qualunque maglia indossi, è stra primo nella classifica marcatori del campionato italiano, ha doti da fenomeno vero. Se la fa semplicemente addosso quando sente l’inno della Champions League: se ne facciano un ragione lui, la sua dirigenza, i suoi tifosi.
Poi se la prendono con l’allenatore: « Siamo arrivati scarichi e infortunati. Thiago Silva non doveva giocare contro la Roma». Ci sarebbe pur sempre uno scudetto da vincere, e schierare i propri giocatori migliori contro le squadre più forti resta un dovere di Allegri.

Fortunatamente c’è una terza categoria di tifosi, che mi si è palesata stamattina in chat. Si tratta di quelli che sanno restare equilibrati anche dopo una sconfitta che indubbiamente brucia, quelli che riconoscono che l’avversario è stato più forte e ha meritato nonostante gli episodi dubbi e gli errori compiuti dalla propria squadra. Tanto per riprende l’esempio del dito che indica la luna, loro vedono dito e luna, e pure il cielo che sta intorno. Sono in grado di razionalizzare al meglio, e magari sposano anche il teorema enunciato da Gianluca Vialli secondo cui «Se una squadra tiene la palla per il 70% del tempo e staziona con continuità nei pressi della metà campo avversaria, è statisticamente più probabile che si verifichino episodi dubbi a suo favore». Sono questi senza dubbio la categoria che preferisco, e alla quale, con enorme difficoltà e risultati altalenanti, cerco di avvicinarmi. Purtroppo sono la più silenziosa, sembra quasi che non ci siano, ma ve lo posso assicurare io: esistono. Per fortuna!

Lionel Messi è il miglior amico di chi ama il calcio, il peggior nemico di chi lo racconta. Costringe giornalisti e addetti ai lavori a una fatica supplementare per trovare nuovi aggettivi, nuovi titoli, nuove parole adatte a descriverlo senza annoiare i lettori, che di lui già sanno tutto. Raccontare Messi è un lavoro quasi superfluo, eppure va fatto, non se ne può fare a meno.

Con i cinque gol segnati al Bayer Leverkusen ha scritto un’altra pagina di storia. Ci ha messo 85 minuti a cancellare dal Guinnes dei primati della Champions League ben sei nomi diversi. Marco Van Basten, Simone Inzaghi, Dado Prso, Ruud Van Nistelrooy, Andriy Schevchenko, Bafetimbi Gomis, fermi a quota 4 gol in una sola partita. Ovviamente in quel gruppo lui c’era già, grazie al poker rifilato appena due anni fa all’Arsenal, ma ha deciso di alzarsi sui pedali, andarsene in fuga, e mostrare la Manita a tutti salutandoli.

Per farlo ha tirato fuori tutto il suo campionario: pallonetto con il sinistro; dribbling a convergere e mancino sul secondo palo; altro pallonetto; ma stavolta con il destro; gol di rapina con annesso colpo da biliardo; sinistro a giro dal limite dell’area. «Quando vorrà ne farà sei», ha detto Guardiola, e non sembra semplice retorica. Messi ha qualcosa in più, qualcosa che gli altri non hanno. È una questione di velocità, non tanto di gambe, quanto di testa. Uno studio sul suo cervello ha svelato che è così forte perché è in grado di leggere il gioco prima degli altri. I suoi occhi trovano spazi dove gli altri non riescono a vederli, le sue sinapsi inviano il messaggio agli arti inferiori una frazione di secondo prima di quelle degli avversari. Per questo Messi è destinato ad essere decisivo ancora a lungo, per questo è perché non ha ancora 25 anni.

Eppure, in così poco tempo, ha già raggiunto traguardi che nessuno aveva mai toccato prima: i 5 gol in una partita di Champions League, i tre Palloni d’Oro consecutivi, le 200 partite in campionato con la maglia blaugrana a poco meno di 24 anni e 8 mesi. In questa edizione della Champions League ha già segnato 12 gol, in appena 7 partite, eguagliando un altro record, ancora una volta sua, in comproprietà con Van Nistelrooy. E sicuramente giocherà ancora i quarti, magari le semifinali, forse la finale: da un minimo di due a un massimo di cinque partite per scrivere un altro capitolo di storia del calcio, e firmarlo da solo, magari cancellando anche l’equivoco Champions-Coppa dei Campioni, raggiungendo e superando quota 14, sulla quale sta seduto José Altafini. A nemmeno 25 anni ha già segnato 49 gol nella massima competizione europea, a questo ritmo, tra un paio d’anni, sarà il migliore di sempre, davanti a Raul, al momento fermo a quota 71.

Ecco perché tutti si inchinano a lui. Lo fa la stampa, che a volte esagera, lo fanno anche i colleghi. Kevin Prince Boateng ha twittato «Messi è fortissimo», e l’ha fatto in italiano, una lingua che parla ancora poco. Wayne Rooney l’ha definito «Il migliore di sempre», John Heitinga «Irreale», Radamel Falcao si è chiesto se si trattasse di una partita di calcio o di Playstation, e se in caso di sesto gol gli sarebbero spettati due palloni da portare a casa. La modella brasiliana Bar Rafaeli l’ha scambiato per Superman: «Ok, Messi è di un altro pianeta: secondo me è imparentato con Clark Kent», mentre Michael Owen ha ammesso di essere troppo giovane per poter dire se sia il più forte di sempre, ma di essere convinto che nessuno abbia mai giocato così bene. Adriano Galliani, che troppo giovane non è e preferisce i microfoni ai social network, invece non ha dubbi: «Non essendo giovanissimo ricordo Di Stefano, Pelè e Maradona, ma non ho mai visto un giocatore così forte. In un’epoca in cui il calcio è più difficile, più fisico, con più scontri, Messi è il più grande calciatore mai esistito al mondo, il più grande di tutti i tempi». Parole identiche da Rosell, che però è il suo presidente, e forse è un po’ di parte. Ma alla fine, è davvero importante capire se Messi valga più o meno di Maradona e Pelé? Ogni generazione ha il suo campione: questa può ben dirsi fortunata, la sorte le ha dato Leo.

 

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José Mourinho è a un passo dal farcela. A fine stagione, o verosimilmente un po’ prima, riporterà al Real Madrid un titolo di campione di Spagna che mancava ormai dal 2008. A dirlo non è ancora la matematica, ma la logica e il buon senso. La caduta del Barcellona a Pamplona, accelera solo un passaggio di consegne che sembrava annunciato già da mesi.

Ha avuto più fame il Real, più voglia di vincere anche contro le piccole. Nel confronto diretto è rimasto inferiore, sebbene a sprazzi abbia mostrato di aver ridotto notevolmente il gap, ma nel complesso è stato più continuo. Il merito è soprattutto di José Mourinho, che tra una polemica e l’altra (e forse anche grazie a questo) è stato in grado di trasferire a Madrid gli stessi ingredienti che l’avevano portato a vincere tutto con l’Inter. Le sue squadre non sempre divertono, preferiscono vincere, con tutti i mezzi a loro disposizione. E alla fine Mou vincerà.

Al Barcellona ora restano tre obiettivi: la finale di Coppa del Re contro l’Atletico Bilbao, la Champions League, conservare l’onore in campionato. Guardiola, che ancora non ha sciolto le riserve sul suo futuro, aveva già fatto capire che la Liga non era più la priorità. Il turn-over a centrocampo contro l’Osasuna, con Xavi, Iniesta e Fabregas in panchina, sembrava un segnale chiarissimo di come la mente dei catalani fosse già all’andata degli ottavi di finale di Champions League contro il Bayer Leverkusen.

Ma i blaugrana non possono mollare, se non altro per una questione di dignità. Il 22 aprile, al Camp Nou, arriverà il Real, per il ritorno del Clàsico di Liga. Il sogno, nemmeno troppo nascosto, di tutto il madridismo, e di arrivarci da campioni, o diventarlo lì. Questo il Barcellona non può concederlo, perché regalare il Pasillo de honor agli odiati rivali di sempre, non sarebbe una conclusione degna di quello che è stato il ciclo più bello del calcio mondiale.

Nell’occhio del ciclone, José Mourinho è abituato a starci. Nonostante una carriera e un palmares che parlano per lui, i giornalisti non gli hanno mai risparmiato una critica. Logica conseguenza dell’atteggiamento spesso supponente e arrogante con cui l’allenatore portoghese si pone di fronte a chiunque ne metta in discussione la leadership. Ma quello che sta avvenendo in questi giorni a Madrid è diverso e preoccupante, al punto di mettere in discussione lo stesso futuro di Mourinho sulla panchina del Real.

Dopo l’ennesima brutta figura rimediata contro il Barcellona, lo spogliatoio si è spaccato. Da una parte i portoghesi, fedeli all’allenatore (ma attenzione al ruolo che potrebbe giocare in questa partita un Cristiano Ronaldo sempre più scontento del calcio di Mourinho), dall’altra gli spagnoli, i veri padroni di casa. Mou l’ha fatta grossa stavolta, inimicandosi persino i suoi tifosi, che gli hanno rivolto una dura contestazione nell’ultima partita di campionato. Mourinho ha sbagliato ad attaccare Sergio Ramos per le dichiarazioni rilasciate al termine del Clasico di Copa del Rey e per il presunto errore in occasione della rete dell’1-1: «Mi avete massacrato nella zona mista, e poi dove eri tu sul gol di Puyol?». Il difensore però non è rimasto impassibile ad ascoltare, e senza mezzi termini ha accusato il suo allenatore di non sapere come ci si comporta in certe situazioni perché ha giocato troppo poco a calcio: «Non hai mai messo i calzoncini, è normale che non capisca».

Alla lista dei nemici si aggiunge Iker Casillas. A lui, Mourinho si sarebbe rivolto sempre parlando con Sergio Ramos: «Avete vinto i mondiali, la stampa è vostra amica e vi difende, così come ha fatto con il portiere». Frase sentita da Casillas che non ha mancato di rispondere: «Mister, le cose si dicono in faccia». Qual è la colpa di San Iker, decisivo nel limitare il passivo con le sue parate? Aver chiesto scusa a Xavi Hernandez per la durezza di alcune entrate dei giocatori del Real, primo fra tutti Pepe.

Ed è intorno al difensore brasiliano naturalizzato portoghese che si gioca il futuro di Mourinho, l’unico a difenderlo e a credere alla sua buona fede. Quel pestone sulla mano di Messi potrebbe aver causato danni irreparabili nello spogliatoio del Real, con la dirigenza che ha deciso di lasciare fuori squadra Pepe per la sfida contro l’Athletic Bilbao, andando per la prima volto contro Mourinho. Florentino Perez per lui aveva fatto tutto, aveva persino cacciato una bandiera come Valdano, ma adesso potrebbe essersi stancato degli atteggiamenti dell’allenatore portoghese, ultimo fra tutti il tentativo di ammiccamento al Manchester City. Insomma, a fine anno Mou e il Real potrebbero salutarsi, a prescindere dal risultato finale di campionato e Champions League. La partita di domani al Camp Nou potrebbe essere solo un’altra tappa di avvicinamento all’addio.

Abidal e Dani Alves festeggiano il gol del 2-1 al Real

Eric Abidal: 10 – La sua storia è così bella che sembra scritta da un qualche sceneggiatore di Hollywood. Il primo gol in blaugrana l’aveva fatto un anno fa contro l’Athletic Bilbao, sempre in Copa del Rey, qualche mese prima che gli fosse diagnosticato un cancro al fegato. L’operazione, il rientro in campo, la Champions League alzata avevano chiuso al meglio un 2011 fantastico, il 2012 si è aperto con il rinnovo del contratto e il gol partita contro il Real Madrid. Se il buon giorno si vede dal mattino…

Carles Puyol: 9 - “Capitano mio capitano!”. Se c’è lui in campo il Barça non perde mai, o almeno non succede da 51 partite (l’ultima sconfitta fu in semifinale di Champions contro l’Inter, anno 2010). Nel Clasico è un muro su cui sbattono in continuazione Higuain e Benzema, poi si concede il lusso di segnare il gol del pareggio con un colpo di testa in tuffo meraviglioso. Ancora una volta a segno contro il Real, da buon catalano sente l’odore del sangue quando vede bianco.

Guardiola: 8 – Quarantuno anni festeggiati nel migliore dei modi. Un’altra lezione di calcio al Real, un’altra lezione di tattica a Mou. Dopo il gol di Cristiano Ronaldo passa alla difesa a 3, come aveva già fatto in campionato, e la sua squadra diventa padrona del campo. L’unico errore lo compie per eccessiva coerenza, scegliendo Pinto al posto di Valdes come se fosse una partita di Coppa qualunque. E c’è chi dice che sotto sotto non è un grande allenatore.

Andres Iniesta: 7 – Più che giocare a calcio sembra dettare poesia. Ogni suo stop è un versetto da antologia, ogni suo dribbling una rima perfetta. Ancora una volta guida la carica dei suoi, creando sempre la superiorità e facendo il Messi quando Messi latita. Patrimoni dell’umanità calcistica.

Cristiano Ronaldo: 6 – Il migliore dei suoi, e non solo per il gol segnato. Corre tantissimo per aiutare i propri difensori, fa il terzino almeno fino a quando ne ha. Ha voglia di zittire chi ha il coraggio di contestarlo nonostante le 113 reti in 115 partite in maglia blanca. Mortificato dal catenaccio di Mou.

Lionel Messi: 5 – La Pulce latita per 75 minuti, girando al largo dall’area di rigore, incapace di prendere palla e portarla avanti come spesso gli riesce, poi si accende con un lampo e regala ad Abi il pallone perfetto per il 2-1 finale. Più che per le giocate spicca per l’eleganza e la signorilità con cui non reagisce a ogni botta presa, pestone di Pepe sulla mano compreso. Ok, 5 è veramente severo, non se lo merita affatto, ma ci avanzava, e volevamo provare l’ebrezza di fare anche noi quelli che definiscono le sue prestazioni deludenti quando segna meno di 3 gol.

José Mourinho: 4 – Pavido come non mai, manda in campo una formazione con 3 interdittori a centrocampo e 3 punte vere. Il risultato è che la squadra è lunga, ha difficoltà a ripartire, subisce il possesso palla del Barça (73-27, per la cronaca), crea 2 palle gol in 90 minuti. Anche quando cambia, passando al 4-2-3-1, non riesce a ottenere niente. Il piano di lasciare il Barça a 0 gol segnati in trasferta è fallito miseramente. Ancora una volta.

Cesar Muñiz Fernandez: 3 – Gestisce bene la partita finché è facile, poi sbaglia tutto, dimenticando il cartellino rosso a casa. Non vede il pestone di Pepe sulla mano di Messi, giudica solo da giallo un fallaccio di Carvalho sulla Pulce, poi si scorda la seconda ammonizione per il centrale portoghese su un intervento da rosso diretto su Adriano. Ha comunque il merito di non concedere alibi a Mourinho.

Jose Manuel Pinto: 2 – Si fa infilare come un tordo dal sinistro potente e centrale di Cristiano Ronaldo. Avesse preso gol sul suo palo sarebbe stato colpevole, ma prendendolo in mezzo alla gambe lo è decisamente di più. In ritardo anche sul colpo di testa di Benzema sul primo palo. Con una sedia si ottengono gli stessi risultati e si spende meno.

Pepe: 1 – Riesce nell’impresa di scavalcare Pinto come peggiore in campo del match. Simula, picchia, calpesta gli avversari. È l’emblema di un calcio violento e scorretto che non vorremmo mai vedere, eppure è titolare della seconda squadra più forte al mondo.

 

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La vetrina di Messi (Foto Presse Sport)

«E questo dove lo mette?». Quante volte ve lo siete chiesto, specialmente negli ultimi tempi, ogni volta che vedevate Lionel Messi ricevere un premio. La risposta è arrivata stamattina attraverso una foto pubblicata sul sito del Mundo Deportivo, che ritrae la “Pulce” difronte alla vetrina allestita al terzo piano della sua casa di Castelldefels, appena fuori Barcellona. Tre Palloni d’Oro, il Fifa World Player del 2009, la Scarpa d’Oro del 2010, le riproduzioni delle coppe conquistate con il Barcellona, sono tutti lì, insieme.

«Ho ancora un po’ di spazio in casa», aveva detto un mese fa ricevendo il secondo premio di miglior giocatore del Mondiale per Club della sua carriera, e sarà il caso di farne dell’altro. Perché a guardar bene la foto la bacheca è quasi piena, e Messi non ha nessuna intenzione di fermarsi. Anzi vorrebbe aggiungerci qualche trofeo con la nazionale maggiore argentina, dopo l’oro Olimpico e il Mondiale Under 20 conquistati da assoluto protagonista.

Vorrebbe e ha tutto il tempo di farlo, perché a giugno compirà 25 anni, e all’avvio della Coppa del Mondo in Brasile ne avrà ancora soltanto 26. Per ora si gode quel che ha, ma non scambiate quel sorriso di soddisfazione con un’espressione di appagamento. Sarebbe il peggior errore che possiate fare.

 

Fonte: Mundo Deportivo

Segni particolari: catalano. A testimoniarlo il nome di battesimo: Jordi, come il figlio di Johan Cruijff, ma soprattutto come il santo patrono della Catalogna. Jordi Alba è il nuovo gioiello del Valencia, club capace di rinascere più forte dopo ogni cessione illustre (Villa, Silva e Mata insegnano). Esterno sinistro a tutto campo, cresciuto alla Masia prima di essere scartato a causa della sua statura ritenuta troppo scarsa, Jordi potrebbe presto tornare in blaugrana, e, col suo metro e 72 centimetri, guardare dall’alto in basso Messi, Xavi e Iniesta.

A Guardiola piace per la giovane età (classe ’89), la personalità, la versatilità. Mancino naturale, buona tecnica e gran corsa, Jordi Alba nasce come ala sinistra, ma è stato trasformato in terzino da Unay Emery, che gli ha ritagliato un ruolo da titolare nel suo Valencia. A 22 anni ancora da compiere ha più di una speranza di rientrare nella lista di Del Bosque per i prossimi europei in Ucraina e Polonia, e il suo futuro sembra essere fatalmente lontano dal Mestalla.

Su di lui ci sono anche Real Madrid e Manchester United, ma più di un indizio sembra spingerlo verso Barcellona. La sua carta d’identità, che alla voce “luogo di nascita” recita “L’Hospitalet de Llobregat”, pochi chilometri a sud del capoluogo catalano, il passato nel settore giovanile blaugrana, la necessità impellente per il Barça di trovare un giocatore su quella fascia dopo la cessione di Maxwell al Paris Saint Germain e in vista di un sempre più probabile addio di Abidal.

Il suo nome è meno glamour, ma certamente più economico, di quello di Gareth Bale. Il Valencia lo acquistò nel 2007 dal Cornellà per 6000 euro, e adesso potrebbe cederlo per 6 milioni, moltiplicando per 1000 il valore del suo cartellino e realizzando un’altra plus-valenza mostruosa. Magari per poi accorgersi di essere ancora più forti senza lui, come già successo con Villa, Silva e Mata, come è scritto nel destino del Mestalla.

 

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