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José Mourinho è a un passo dal farcela. A fine stagione, o verosimilmente un po’ prima, riporterà al Real Madrid un titolo di campione di Spagna che mancava ormai dal 2008. A dirlo non è ancora la matematica, ma la logica e il buon senso. La caduta del Barcellona a Pamplona, accelera solo un passaggio di consegne che sembrava annunciato già da mesi.

Ha avuto più fame il Real, più voglia di vincere anche contro le piccole. Nel confronto diretto è rimasto inferiore, sebbene a sprazzi abbia mostrato di aver ridotto notevolmente il gap, ma nel complesso è stato più continuo. Il merito è soprattutto di José Mourinho, che tra una polemica e l’altra (e forse anche grazie a questo) è stato in grado di trasferire a Madrid gli stessi ingredienti che l’avevano portato a vincere tutto con l’Inter. Le sue squadre non sempre divertono, preferiscono vincere, con tutti i mezzi a loro disposizione. E alla fine Mou vincerà.

Al Barcellona ora restano tre obiettivi: la finale di Coppa del Re contro l’Atletico Bilbao, la Champions League, conservare l’onore in campionato. Guardiola, che ancora non ha sciolto le riserve sul suo futuro, aveva già fatto capire che la Liga non era più la priorità. Il turn-over a centrocampo contro l’Osasuna, con Xavi, Iniesta e Fabregas in panchina, sembrava un segnale chiarissimo di come la mente dei catalani fosse già all’andata degli ottavi di finale di Champions League contro il Bayer Leverkusen.

Ma i blaugrana non possono mollare, se non altro per una questione di dignità. Il 22 aprile, al Camp Nou, arriverà il Real, per il ritorno del Clàsico di Liga. Il sogno, nemmeno troppo nascosto, di tutto il madridismo, e di arrivarci da campioni, o diventarlo lì. Questo il Barcellona non può concederlo, perché regalare il Pasillo de honor agli odiati rivali di sempre, non sarebbe una conclusione degna di quello che è stato il ciclo più bello del calcio mondiale.

Nell’occhio del ciclone, José Mourinho è abituato a starci. Nonostante una carriera e un palmares che parlano per lui, i giornalisti non gli hanno mai risparmiato una critica. Logica conseguenza dell’atteggiamento spesso supponente e arrogante con cui l’allenatore portoghese si pone di fronte a chiunque ne metta in discussione la leadership. Ma quello che sta avvenendo in questi giorni a Madrid è diverso e preoccupante, al punto di mettere in discussione lo stesso futuro di Mourinho sulla panchina del Real.

Dopo l’ennesima brutta figura rimediata contro il Barcellona, lo spogliatoio si è spaccato. Da una parte i portoghesi, fedeli all’allenatore (ma attenzione al ruolo che potrebbe giocare in questa partita un Cristiano Ronaldo sempre più scontento del calcio di Mourinho), dall’altra gli spagnoli, i veri padroni di casa. Mou l’ha fatta grossa stavolta, inimicandosi persino i suoi tifosi, che gli hanno rivolto una dura contestazione nell’ultima partita di campionato. Mourinho ha sbagliato ad attaccare Sergio Ramos per le dichiarazioni rilasciate al termine del Clasico di Copa del Rey e per il presunto errore in occasione della rete dell’1-1: «Mi avete massacrato nella zona mista, e poi dove eri tu sul gol di Puyol?». Il difensore però non è rimasto impassibile ad ascoltare, e senza mezzi termini ha accusato il suo allenatore di non sapere come ci si comporta in certe situazioni perché ha giocato troppo poco a calcio: «Non hai mai messo i calzoncini, è normale che non capisca».

Alla lista dei nemici si aggiunge Iker Casillas. A lui, Mourinho si sarebbe rivolto sempre parlando con Sergio Ramos: «Avete vinto i mondiali, la stampa è vostra amica e vi difende, così come ha fatto con il portiere». Frase sentita da Casillas che non ha mancato di rispondere: «Mister, le cose si dicono in faccia». Qual è la colpa di San Iker, decisivo nel limitare il passivo con le sue parate? Aver chiesto scusa a Xavi Hernandez per la durezza di alcune entrate dei giocatori del Real, primo fra tutti Pepe.

Ed è intorno al difensore brasiliano naturalizzato portoghese che si gioca il futuro di Mourinho, l’unico a difenderlo e a credere alla sua buona fede. Quel pestone sulla mano di Messi potrebbe aver causato danni irreparabili nello spogliatoio del Real, con la dirigenza che ha deciso di lasciare fuori squadra Pepe per la sfida contro l’Athletic Bilbao, andando per la prima volto contro Mourinho. Florentino Perez per lui aveva fatto tutto, aveva persino cacciato una bandiera come Valdano, ma adesso potrebbe essersi stancato degli atteggiamenti dell’allenatore portoghese, ultimo fra tutti il tentativo di ammiccamento al Manchester City. Insomma, a fine anno Mou e il Real potrebbero salutarsi, a prescindere dal risultato finale di campionato e Champions League. La partita di domani al Camp Nou potrebbe essere solo un’altra tappa di avvicinamento all’addio.

Abidal e Dani Alves festeggiano il gol del 2-1 al Real

Eric Abidal: 10 – La sua storia è così bella che sembra scritta da un qualche sceneggiatore di Hollywood. Il primo gol in blaugrana l’aveva fatto un anno fa contro l’Athletic Bilbao, sempre in Copa del Rey, qualche mese prima che gli fosse diagnosticato un cancro al fegato. L’operazione, il rientro in campo, la Champions League alzata avevano chiuso al meglio un 2011 fantastico, il 2012 si è aperto con il rinnovo del contratto e il gol partita contro il Real Madrid. Se il buon giorno si vede dal mattino…

Carles Puyol: 9 - “Capitano mio capitano!”. Se c’è lui in campo il Barça non perde mai, o almeno non succede da 51 partite (l’ultima sconfitta fu in semifinale di Champions contro l’Inter, anno 2010). Nel Clasico è un muro su cui sbattono in continuazione Higuain e Benzema, poi si concede il lusso di segnare il gol del pareggio con un colpo di testa in tuffo meraviglioso. Ancora una volta a segno contro il Real, da buon catalano sente l’odore del sangue quando vede bianco.

Guardiola: 8 – Quarantuno anni festeggiati nel migliore dei modi. Un’altra lezione di calcio al Real, un’altra lezione di tattica a Mou. Dopo il gol di Cristiano Ronaldo passa alla difesa a 3, come aveva già fatto in campionato, e la sua squadra diventa padrona del campo. L’unico errore lo compie per eccessiva coerenza, scegliendo Pinto al posto di Valdes come se fosse una partita di Coppa qualunque. E c’è chi dice che sotto sotto non è un grande allenatore.

Andres Iniesta: 7 – Più che giocare a calcio sembra dettare poesia. Ogni suo stop è un versetto da antologia, ogni suo dribbling una rima perfetta. Ancora una volta guida la carica dei suoi, creando sempre la superiorità e facendo il Messi quando Messi latita. Patrimoni dell’umanità calcistica.

Cristiano Ronaldo: 6 – Il migliore dei suoi, e non solo per il gol segnato. Corre tantissimo per aiutare i propri difensori, fa il terzino almeno fino a quando ne ha. Ha voglia di zittire chi ha il coraggio di contestarlo nonostante le 113 reti in 115 partite in maglia blanca. Mortificato dal catenaccio di Mou.

Lionel Messi: 5 – La Pulce latita per 75 minuti, girando al largo dall’area di rigore, incapace di prendere palla e portarla avanti come spesso gli riesce, poi si accende con un lampo e regala ad Abi il pallone perfetto per il 2-1 finale. Più che per le giocate spicca per l’eleganza e la signorilità con cui non reagisce a ogni botta presa, pestone di Pepe sulla mano compreso. Ok, 5 è veramente severo, non se lo merita affatto, ma ci avanzava, e volevamo provare l’ebrezza di fare anche noi quelli che definiscono le sue prestazioni deludenti quando segna meno di 3 gol.

José Mourinho: 4 – Pavido come non mai, manda in campo una formazione con 3 interdittori a centrocampo e 3 punte vere. Il risultato è che la squadra è lunga, ha difficoltà a ripartire, subisce il possesso palla del Barça (73-27, per la cronaca), crea 2 palle gol in 90 minuti. Anche quando cambia, passando al 4-2-3-1, non riesce a ottenere niente. Il piano di lasciare il Barça a 0 gol segnati in trasferta è fallito miseramente. Ancora una volta.

Cesar Muñiz Fernandez: 3 – Gestisce bene la partita finché è facile, poi sbaglia tutto, dimenticando il cartellino rosso a casa. Non vede il pestone di Pepe sulla mano di Messi, giudica solo da giallo un fallaccio di Carvalho sulla Pulce, poi si scorda la seconda ammonizione per il centrale portoghese su un intervento da rosso diretto su Adriano. Ha comunque il merito di non concedere alibi a Mourinho.

Jose Manuel Pinto: 2 – Si fa infilare come un tordo dal sinistro potente e centrale di Cristiano Ronaldo. Avesse preso gol sul suo palo sarebbe stato colpevole, ma prendendolo in mezzo alla gambe lo è decisamente di più. In ritardo anche sul colpo di testa di Benzema sul primo palo. Con una sedia si ottengono gli stessi risultati e si spende meno.

Pepe: 1 – Riesce nell’impresa di scavalcare Pinto come peggiore in campo del match. Simula, picchia, calpesta gli avversari. È l’emblema di un calcio violento e scorretto che non vorremmo mai vedere, eppure è titolare della seconda squadra più forte al mondo.

 

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La vetrina di Messi (Foto Presse Sport)

«E questo dove lo mette?». Quante volte ve lo siete chiesto, specialmente negli ultimi tempi, ogni volta che vedevate Lionel Messi ricevere un premio. La risposta è arrivata stamattina attraverso una foto pubblicata sul sito del Mundo Deportivo, che ritrae la “Pulce” difronte alla vetrina allestita al terzo piano della sua casa di Castelldefels, appena fuori Barcellona. Tre Palloni d’Oro, il Fifa World Player del 2009, la Scarpa d’Oro del 2010, le riproduzioni delle coppe conquistate con il Barcellona, sono tutti lì, insieme.

«Ho ancora un po’ di spazio in casa», aveva detto un mese fa ricevendo il secondo premio di miglior giocatore del Mondiale per Club della sua carriera, e sarà il caso di farne dell’altro. Perché a guardar bene la foto la bacheca è quasi piena, e Messi non ha nessuna intenzione di fermarsi. Anzi vorrebbe aggiungerci qualche trofeo con la nazionale maggiore argentina, dopo l’oro Olimpico e il Mondiale Under 20 conquistati da assoluto protagonista.

Vorrebbe e ha tutto il tempo di farlo, perché a giugno compirà 25 anni, e all’avvio della Coppa del Mondo in Brasile ne avrà ancora soltanto 26. Per ora si gode quel che ha, ma non scambiate quel sorriso di soddisfazione con un’espressione di appagamento. Sarebbe il peggior errore che possiate fare.

 

Fonte: Mundo Deportivo

Segni particolari: catalano. A testimoniarlo il nome di battesimo: Jordi, come il figlio di Johan Cruijff, ma soprattutto come il santo patrono della Catalogna. Jordi Alba è il nuovo gioiello del Valencia, club capace di rinascere più forte dopo ogni cessione illustre (Villa, Silva e Mata insegnano). Esterno sinistro a tutto campo, cresciuto alla Masia prima di essere scartato a causa della sua statura ritenuta troppo scarsa, Jordi potrebbe presto tornare in blaugrana, e, col suo metro e 72 centimetri, guardare dall’alto in basso Messi, Xavi e Iniesta.

A Guardiola piace per la giovane età (classe ’89), la personalità, la versatilità. Mancino naturale, buona tecnica e gran corsa, Jordi Alba nasce come ala sinistra, ma è stato trasformato in terzino da Unay Emery, che gli ha ritagliato un ruolo da titolare nel suo Valencia. A 22 anni ancora da compiere ha più di una speranza di rientrare nella lista di Del Bosque per i prossimi europei in Ucraina e Polonia, e il suo futuro sembra essere fatalmente lontano dal Mestalla.

Su di lui ci sono anche Real Madrid e Manchester United, ma più di un indizio sembra spingerlo verso Barcellona. La sua carta d’identità, che alla voce “luogo di nascita” recita “L’Hospitalet de Llobregat”, pochi chilometri a sud del capoluogo catalano, il passato nel settore giovanile blaugrana, la necessità impellente per il Barça di trovare un giocatore su quella fascia dopo la cessione di Maxwell al Paris Saint Germain e in vista di un sempre più probabile addio di Abidal.

Il suo nome è meno glamour, ma certamente più economico, di quello di Gareth Bale. Il Valencia lo acquistò nel 2007 dal Cornellà per 6000 euro, e adesso potrebbe cederlo per 6 milioni, moltiplicando per 1000 il valore del suo cartellino e realizzando un’altra plus-valenza mostruosa. Magari per poi accorgersi di essere ancora più forti senza lui, come già successo con Villa, Silva e Mata, come è scritto nel destino del Mestalla.

 

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C’è un vecchio adagio secondo cui il compito dell’allenatore nel calcio dovrebbe limitarsi all’evitare di fare danni ai propri giocatori. Secondo alcuni, l’unico pregio di Guardiola, sarebbe proprio questo: essere in grado di far girare al meglio una squadra di fenomeni. Insomma, a differenza dello stratega Mourinho, o del genio tattico di Ferguson, Pep non avrebbe mai messo veramente il suo marchio sui successi del suo Barcellona.

Chi sostiene ciò ha in realtà la memoria corta, o è piuttosto distratto: dimentica delle condizioni in cui Guardiola eredità la squadra da Rijkaard nell’estate del 2008, non ricorda nemmeno la grande intuizione di Messi centravanti, non si è reso conto che nell’ultimo Clasico contro il Real Madrid (vinto al Bernabeu per 3-1), Pep ha adattato la squadra facendola passare dalla difesa a 4 alla difesa a 3, dal tridente alle 2 punte, con una naturalezza impressionante. Insomma, se il Barcellona da quando c’è lui ha conquistato 13 titoli sui 16 a sua disposizione, un qualche merito il suo tecnico lo avrà pure.

Il premio come migliore allenatore del mondo appena ricevuto, non fa che certificare un dato di fatto evidente da tre anni a questa parte. Trascurando i meriti extra-calcistici di un uomo di classe, capace di pura eleganza anche con un semplice maglioncino a collo alto, sempre pronto a condividere i propri successi con i suoi più stretti collaboratori, come dimostra la dedica a Tito Vilanova, amico fin dai tempi della Masia vissuta come giocatore, e ora suo vice in lotta contro il cancro alla parotide. Il trionfo di Guardiola era annunciato, non poteva stupire, ma c’è una cosa che nemmeno il tecnico di Santepdor probabilmente si sarebbe mai aspettato: il voto di Zlatan Ibrahimovic. Se pure Ibra l’ha preferito a Mou, mettendo da parte ogni rancore e ogni simpatia personale, allora è proprio vero: il migliore è lui.

 

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Zero su quattro. Xavi Hernandez da Terrassa ormai ci ha fatto l’abitudine a vedere gli altri vincere. La sua quarta partecipazione consecutiva al galà finale del Pallone d’Oro si è conclusa come le tre precedenti: con il premio nelle mani di un altro, e lui ad applaudire. Eppure in pochi metterebbero in dubbio il fatto che è lui il regista migliore al mondo. La sua superiorità nel ruolo è tale che pure il contestatissimo Iffhs (istituto di storia e statistica del calcio) vi si è dovuto piegare.

La sua capacità di giocare di prima o di trattenere il pallone aspettando sempre l’istante più opportuno per cederlo al primo compagno smarcato è ormai proverbiale, e non esiste un solo allenatore al mondo che non lo vorrebbe alla guida del centrocampo della propria squadra. Xavi è costretto a una vita senza premi individuali dalla sfortunata coincidenza della sua parabola con quella di altri due fenomeni: Cristiano Ronaldo l’ha battuto nel 2008, Lionel Messi poi. Certo, la Pulce, nelle ultime due occasioni, ha diviso il suo premio anche con lui, e non si tratta di pura e semplice retorica.

Leo lo sa, senza Xavi alle sue spalle probabilmente la sua carriera avrebbe preso un’altra piega, avrebbe qualche trofeo di club, e di conseguenza qualche premio individuale, in meno in bacheca. Ogni Pallone d’Oro vinto da Messi è un Pallone d’Oro del Barça, e non esisterebbe Barça senza Xavi Hernandez. Lui è troppo umile per poterlo dire chiaramente, ma sotto sotto lo sa. Un riconoscimento personale di prestigioso è quello che gli manca per coronare una carriera fantastica, vissuta fin dall’inizio con i colori blaugrana della sua terra, impreziosita da tre Champions Legue, due Mondiali per Club, sei campionati spagnoli, un europeo e un mondiale con la nazionale.

Xavi è l’ombelico, il fulcro e il baricentro del Barça e della Spagna più belli e vincenti di sempre, e dalle Furie Rosse passerà verosimilmente il suo ultimo treno per il Pallone d’Oro. Se alla squadra di Del Bosque dovesse riuscire la tripletta agli europei di Ucraina e Polonia, in pochi potrebbero privarlo di un premio che mai come in questo caso sarebbe meritato. Leo e Cristiano permettendo.

 

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Blatter improvvisa il Wala-Waka con Shakira

Lo stile Barça: 10 - Guardiola riceve il premio come miglior allenatore dell’anno e lo dedica a Tito Vilanova, suo vice che continua a combattere contro il cancro alla parotide. Messi centra il terzo Pallone d’Oro consecutivo e le sue prime parole sono per Xavi: «Giocare nella tua stessa squadra è un onore immenso. Condivido questo premio con te».

L’eleganza di Homare Sawa: 9 - La migliore giocatrice del 2011 si presenta al gala di premiazione con uno splendido kimono, omaggio alla tradizione del suo Paese, il Giappone. In campo come fuori, la classe non è acqua, e lei lo dimostra.

Il Giappone: 8 - Nell’anno di Fukushima, il vero trionfatore del Pallone d’Oro è il Paese del Sol Levante. Migliore giocatrice (Homare Sawa), migliore allenatore a livello femminile (Norio Sasaki), premio Fair Play alla federazione, per gli sforzi fatti dopo il terremoto e il disastro nucleare. Le ragazze sono già campionesse del mondo, i ragazzi ci stanno lavorando. Altro che Holly e Benji.

Il premio alla carriera a Ferguson: 7 - Quello come migliore allenatore non poteva vincerlo, ma non era proprio il caso di farlo tornare a casa a mani vuote. Così la Fifa ha scelto di riservargli il premio Presidenziale. Qualche stagione fa Sir Alex pensava di smettere, e invece, a 70 anni, è ancora lì. Meno male.

Simone Farina ambasciatore Fifa: 6 - L’unico rappresentante del calcio italiano nella grande serata dei campioni, viene dal Gubbio, bassa classifica della serie B. La sua presenza non è attribuibile a meriti calcistici, ma a una onestà che (purtroppo) è merce sempre più rara. Bravo Simone, ma quando non sarà più necessario premiare chi fa semplicemente il suo dovere, allora sarà un gran giorno.

Il video messaggio del Real: 5 - Assenti più che giustificati causa impegno in Coppa del Re, i 4 madridisti invitati alla cerimonia affidano le loro sensazioni a un messaggio video. Xabi Alonso parla bene, e in primo piano fa una gran figura, ma dietro di lui, Sergio Ramos, Iker Casillas e Cristiano Ronaldo appaiono inebetiti come statue di sale. E Mourinho dov’è?

La guerra tricologica tra Neymar e Rooney: 4 - In lotta fino all’ultimo per il premio Puskas, il brasiliano e l’inglese fanno a gara a chi ha la testa più bizzarra. I capelli di Neymar sono naturali, ma la pettinatura resta (come al solito) discutibile. Quelli di Rooney sono “un prodigio della tecnica” (cit. Elio e le Storie Tese), un po’ meno dell’estetica.

Vidic è nel top 11, Thiago Silva no: 3 - Ok, il calcio italiano sta uscendo solo ora da alcuni anni di profonda crisi, ma davvero Nemanja Vidic è meglio di Thiago Silva?

Blatter che balla il Waka-Waka: 2 - Shakira sale sul palco per premiare la migliore calciatrice dell’anno, e Joseph Blatter la accoglie improvvisando una inguardabile danza del ventre sulle note di quello che fu l’inno dei mondiali sudafricani. Discutibilissimo come presidente della Fifa, da ballerino riesce a fare ancora peggio.

Ronaldo (the original): 1 - 10 anni e 20 chili dopo la sua ultima volta, Luis Nazario da Lima sale sul palco di Zurigo per consegnare il Pallone d’Oro a Lionel Messi. Vedere così colui che fu il fenomeno fa male. A dieta.

 

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Il più grande spettacolo dopo il Big-Bang sono loro! L’epopea del Barcellona di Guardiola non si ferma, continua, si rilancia con la vittoria del secondo Mondiale per club negli ultimi tre anni. Campioni del mondo per distacco al termine di in torneo dominato: in una semifinale semplice contro i modesti qatarioti dell’Al-Saad, e nell’attesissima finale contro il Santos che fu di Pelé.

Una partita che doveva riservare la sfida tra Messi e Neymar, due tra i talenti più puri espressi recentemente dal calcio mondiale. Una partita che non c’è stata. Il Barcellona ha vinto 4-0, Messi ne ha fatti due, ed è entrato in maniera decisiva nell’azione del 3-0 di Fabregas. Neymar: non pervenuto, così come il Santos. Un colpo di testa sballato, una grande occasione a tu per tu con Valdes sparata sui piedi del portiere blaugrana.

Il Barça, con Villa a Barcellona con la tibia rotta, e Sanchez in panchina per l’ennesimo guaio muscolare della stagione, ha tenuto il pallone per il 70% del tempo di gioco, ha fatto uscire di testa gli avversari con la sua impressionante giostra di passaggi, tagli, verticalizzazioni improvvise. Come sempre. Impossibili da prendere perché arrivano da tutte le parti del campo, invisibili perché sono ovunque: è il capolavoro di Guardiola. È difficile trovare un giocatore di movimento che nell’arco dei 90 minuti non si trovi almeno una volta nella posizione di centravanti, capita ai centrocampisti come Xavi, autore del 2-0, capita perfino ai terzini. È così che Dani Alves colpisce un palo e fallisce una clamorosa occasione di testa su cross di Thiago Alcàntara.

E noi? Noi siamo una generazione fortunata, perché è vero che il destino ci ha regalato la peggiore crisi che la storia dell’economia mondiale abbia mai registrato, ma quantomeno potremo dire di aver goduto del calcio nella sua declinazione migliore, nella sua espressione più alta. Racconteremo ai nostri figli e ai nostri nipoti dei dribbling a velocità supersonica di Messi, delle geometrie di Xavi, degli arabeschi di Iniesta e Fabregas. Quando smetteremo di chiederci se Messi sia più o meno forte di Maradona, quando finiremo di cercare il nuovo Pibe, per provare a trovare la nuova Pulce. Forse solo allora ci renderemo conto di ciò che abbiamo visto.

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A volte bastano 90 minuti per scoprire di aver sbagliato tutto, di essere stati convinti che le cose fossero cambiate mentre erano rimaste praticamente uguali. Non è cambiato niente, i rapporti di forza tra Real Madrid e Barcellona sono sostanzialmente gli stessi di un anno fa, nettamente sbilanciati in favore dei catalani.

E questo al di là di una classifica che continua a dire il contrario (la squadra di Mourinho deve recuperare una partita), e dello scontro diretto di ieri sera. La dimostrazione di forza degli uomini di Guardiola non sta tanto nel successo di ieri, ma nel come è maturato. Se il Real non riesce a vincere nemmeno quando gioca in casa e va in vantaggio dopo 20 secondi per gentile omaggio della difesa avversaria, allora si fa veramente dura per la Casa Blanca.

Il Barcellona ha dimostrato la sua superiorità nella gestione della partita e della rimonta: mai in affanno, mai di fretta, sempre a cercare di sviluppare la manovra secondo la sua identità, e alla fine ce l’ha fatta. È la serenità della squadra di Guardiola a fare la differenza, più ancora dei valori tecnici in campo. Una serenità figlia di una serie positiva impressionante: l’ultimo successo del Real in campionato risale al 2008, prima dell’era Guardiola, e l’1-0 nella finale di Coppa del Re nella scorsa stagione è maturato oltre il novantesimo, nei tempi supplementari).

Certo, anche l’allenatore catalano ci ha messo del suo ieri, vincendo il duello tra le panchine in maniera ancora più evidente che in passato. Le scelte iniziali (Sanchez in campo, Villa e Pedro in panchina) e il cambio di modulo sono opera sua, e nessuno può toglierli i meriti che ha. Se poi ci si mette pure la fortuna, che spesso in passato è stata dalla parte di Mou, allora è davvero finita.

Il resto della partira racconta drlcsolito dominio territoriale del Barcellona, di un Cristiano Ronaldo incredibilmente sprecone e svogliato, di un Iniesta sontuoso e di un Puyol meraviglioso. La macchina di Guardiola è così perfetta in ogni suo ingranaggio che Messi può concedersi una serata normale per i suoi standard, in cui comunque riesce a regalare un assist per Sanchez.

Il gol del cileno, insieme a quello di Fabregas, completano il quadro trasformando la vittoria della squadra nella vittoria di tutto il club, premiato per le scelte fatte nel mercato estivo.

Insomma, il Barcellona è ancora più forte del Real, ad ogni livello. Sul campo come nei quadri societari, in panchina come nella convinzione psicologica. Il campionato è lungo e il Real può ancora vincerlo, ma il confronto diretto ha già dato la sua sentenza.